Leggende della Valle Brembana

Storie antiche brembane

Leggenda Monte Avaro di Cusio (parte 2)


L'uomo si voltò ad osservare il vasto pianoro disseminato di macigni e lo immaginò per un momento tutto coperto d'erba verde e di fiori, con la sua mandria intenta a pascolare al suono dei campanacci. Questa visione fu talmente convincente che alla fine l'avaro cedette e accettò il patto col Diavolo. Però pose una condizione: "Il lavoro dovrà essere svolto questa notte e portato a termine prima che dal campanile di Cusio giungano i rintocchi dell'Ave Maria del mattino, altrimenti tu non avrai alcun diritto sulla mia anima". Egli era infatti convinto che sarebbe stato impossibile, non dico finire, ma anche solo arrivare a metà di un lavoro così improbo, per cui, alla fine gli sarebbe rimasta la sua anima e avrebbe avuto il monte almeno in parte ripulito. Era meglio che niente. Ma non aveva fatto i conti con l'astuzia del Diavolo che non aveva precisato in quanti sarebbero stati a svolgere questo lavoro. Così, appena furono calate le tenebre, il Monte Avaro si riempì di ombre che si misero al lavoro di buona lena e in assoluto silenzio. Erano decine di diavoli tutti rossi e pelosi, colleghi di quello che aveva fatto la proposta all'avaro, dai loro occhi emanava una luce diafana che illuminava sinistramente la notte. I macigni venivano sradicati uno dopo l'altro dalle braccia muscolose dei diavoli e fatti rotolare giù per la montagna. Il lavoro procedeva speditamente e l'avaro cominciò a temere che sarebbe stato portato a termine entro il tempo concordato. Infatti sul far dell'alba l'impresa era quasi ultimata: mancava solo un enorme macigno, il più grosso di tutti, piantato in mezzo al pianoro. I diavoli gli si fecero intorno e unirono gli sforzi per toglierlo di mezzo. Dai e dai, spingi di qua, tira di là, il macigno cominciò a muoversi, prima impercettibilmente e poi in modo via via sempre più deciso: presto avrebbe fatto la stessa fine di tutti gli altri.

L'avaro si sentì perduto. Ripensò con terrore alle parole del suo parroco e si vide dannato tra le fiamme dell'Inferno. Allora si pentì di avere stretto quel patto scellerato col Diavolo, ma forse era troppo tardi. Mentre il macigno, ormai del tutto divelto, veniva faticosamente trasportato verso i margini del pianoro per essere precipitato giù nella valle, il mandriano fece un ultimo tentativo per salvarsi, si segnò, si raccomandò l'anima al Signore e recitò un'Ave Maria. Poi, colto da un'improvvisa ispirazione, prese a correre alla disperata giù per la montagna, nell'estremo tentativo di arrivare a Cusio e suonare la campane prima che l'opera dei diavoli fosse terminata. Una corsa affannosa per sentieri impervi e fitti boschi, e finalmente il paese, l'abitazione del sagrestano, un'altra breve corsa verso la chiesa, il campanile, le campane. Appena in tempo: ecco levarsi dal campanile di Cusio il primo rintocco dell'Ave Maria. Ancora pochi secondi e il lavoro sarebbe stato compiuto, invece il macigno era ancora lì, ai margini del pianoro. Il Diavolo dovette ammettere la propria sconfitta e se ne tornò infuriato all'Inferno, lasciando le impronte delle sue zampe caprine su quell'ultima pietra. Da quel momento il monte divenne un bel pascolo ricco d'erba e di fiori, con due laghetti di acqua limpida adatti ad abbeverare le mandrie.

Non si sa invece che fine abbia fatto l'avaro, qualcuno afferma che, pentitosi della sua vita gretta e senza senso, diventò un benefattore della sua comunità, ma è probabile che, divenuto ancora più tirchio ed egoista, abbia finito i suoi giorni solo ed abbandonato, senza poter gustare appieno la bellezza della fertile montagna. Forse il suo spirito si aggira ancora oggi, insoddisfatto, cercando inutilmente di disturbare con la sua presenza l'allegria degli escursionisti e degli sciatori che d'estate e d'inverno godono la bellezza di quella montagna.

Tratto da Storie e leggende della Bergamasca di Wanda Taufer e Tarcisio Bottani - Ferrari, Clusone, 2001


<<<---- La Leggenda del Monte Avaro di Cusio (prima parte)