Leggende della Valle Brembana

Storie antiche brembane

Autostoppista fantasma della Val Serina (2^ parte)

"Anch'io ho frequentato quella scuola per un po', ma adesso manco dalla valle da parecchio tempo" rispose stancamente la ragazza, dando a vedere che non aveva la minima intenzione di continuare la conversazione. L'automobile uscì dall'orrido e imboccò rombando il rettilineo antistante lo stabilimento della Fonte Bracca. "Lasciami qui - fece all'improvviso la ragazza - sono arrivata". Luca accostò l'auto al marciapiedi e si fermò, ma non poté fare a meno di manifestare la propria sorpresa: in quella zona, a parte lo stabilimento, non c'erano costruzioni, nessuna casa d'abitazione, lui lo sapeva bene, perché ci aveva lavorato, alla Bracca, per un paio di estati, tra un anno scolastico e l'altro. Nessun altro edificio, salvo il piccolo cimitero di Ambria, quasi soffocato dall'impianto industriale. "Ma dove abiti? Qui non ci sono case. Non è che ti sei sbagliata?". "Ciao, buona notte" fece la ragazza per tutta risposta, scendendo dall'auto con un sospiro e accostando stancamente la portiera. "Ma vai al Diavolo!" mormorò tra sé Luca, ripartendo come un razzo e dando volume al suo Clarion che lo ripagò con le superbe note del concerto di Imola di Vasco. Dovette ripensare a quello strano incontro la mattina del giorno dopo, quando tirò fuori l'auto dal box per andare in paese.

Notò infatti che da sotto sedile laterale sporgevano i manici di una piccola borsetta nera, certamente dimenticata dalla ragazza della sera prima. Per niente entusiasta della prospettiva di dover consegnare la borsetta alla legittima proprietaria, cercò tra gli oggetti che vi erano contenuti i documenti, li trovò e così poté risalire all'identità e al domicilio della ragazza. Ma quello che vide sulla carta di identità non mancò di sorprenderlo un'altra volta: Cristina era nata il 10 agosto 1965, aveva quindi trentaquattro anni e questo gli sembrava incomprensibile, dato che all'apparenza la ragazza ne dimostrava a malapena venti. Con fastidio ripose i documenti nella borsetta, la gettò in malo modo sul sedile della vettura, mise in moto, uscì dal box e partì con la sua solita irruenza, suscitando l'immancabile commento isterico della madre che dal terrazzo aveva osservato i suoi movimenti, ma non aveva avuto il tempo di chiedere spiegazioni e informarsi sul perché di quella improvvisa partenza, né tanto meno di somministrare al figlio le solite, inascoltate, raccomandazioni alla prudenza. Pochi minuti dopo l'auto si arrestò davanti a una villetta unifamiliare di Ambria, circondata da un bel giardino delimitato da una bassa inferriata. Luca scese dall'auto tenendo in mano la borsetta, si diresse verso il cancello, premette il pulsante del citofono e rimase in attesa. Dopo un attimo si affacciò alla porta una donna di bassa statura, dalla folta capigliatura brizzolata e dall'aria interrogativa. "Buongiorno, signora, abita qui Cristina? Ieri sera mi ha chiesto un passaggio e ha dimenticato la borsetta sulla mia macchina, eccola, gliel'ho riportata".

"Arda che me gh'o miga òia de schersà! Va' a ca tò, vilàno, e laga sta la me tusa". Questa fu la risposta risentita e angosciata della donna che subito rientrò in casa sbattendo la porta. Convinto di essere incappato in una famiglia di matti, ma comunque desideroso di chiudere questa faccenda, Luca premette di nuovo e a lungo il pulsante. Questa volta apparvero sul pianerottolo due uomini, uno magro, sulla sessantina, certamente il marito della donna di prima, e l'altro giovane e robusto, probabilmente il figlio. I due raggiunsero quasi correndo il cancello, l'aprirono e si avvicinarono con fare minaccioso a Luca. "De che banda ègnela chèla bursèta? Famla 'mpó èt a me!" chiese bruscamente quello che sembrava il padre. Luca, alquanto preoccupato per la piega che stava prendendo quello strano incontro, fece del suo meglio per apparire credibile e raccontò come la sera precedente avesse dato un passaggio a una ragazza di nome Cristina, descrivendone meticolosamente l'aspetto e l'abbigliamento e come costei si fosse poi bruscamente congedata all'altezza del cimitero di Ambria senza dare spiegazioni, infine mostrò la borsetta dimenticata in macchina.

"Io sono venuto solo per restituire la borsetta e ho dovuto aprirla per trovare l'indirizzo di quella che penso sia vostra figlia, chiedete a lei se non è vero. Ecco, prendete - proseguì porgendo la borsetta all'uomo più anziano - verificate che non manchi niente". "Mi ricordo che aveva una borsetta come questa - singhiozzò la madre che nel frattempo si era avvicinata ai tre ed era rimasta ad ascoltare in silenzio il racconto di Luca - ma non può essere sua, comunque la ragazza non poteva certo essere la mia Cristina". Poi prese la borsetta dalle mani del marito e cominciò a rovistarne affannosamente il contenuto, quindi, trovata la carta d'identità, la aprì con le mani tremanti per l'emozione. Impallidì e quasi perse l'equilibrio, poi, appoggiandosi al marito, esclamò con un filo di voce: "Madóna me, l'è pròpe le Arda 'n po a' te. Com'el pusìbel se la me Cristina l'è morta quìndes àgn fa?". E così Luca venne a sapere che la misteriosa ragazza era morta quindici anni prima in un incidente stradale, verificatosi proprio all'uscita dell'orrido di Bracca, mentre stava rincasando in autostop dopo una serata trascorsa nella discoteca Snoopy di Serina. E la sua tomba era nel piccolo cimitero davanti al quale aveva chiesto di scendere dall'auto.

<<<---- Autostoppista fantasma della Val Serina (prima parte)


Tratto da Storie e leggende della Bergamasca di Wanda Taufer e Tarcisio Bottani - Ferrari, Clusone, 2001